Noi contro le mafie, il diario della terza giornata

Cos’è la mentalità mafiosa? E la pedagogia criminale?” sono due interrogativi importanti che hanno dato il titolo all’incontro d’apertura del terzo giorno di Noi Contro le Mafie. Al Cinema Cristallo di Reggio Emilia, la platea era piena di curiosi e degli studenti delle scuole “Filippo Re”, “Silvio D’Arzo”, “Filippo Re”, “Aldo Moro”, “Scaruffi-Levi Città del Tricolore” e “Angelo Secchi”.

A principiare l’evento è stata una meravigliosa introduzione del direttore scientifico Antonio Nicaso (scrittore e professore alla Queen’s University) che ha raccontato anche la sua esperienza personale, di quando, a sei anni, la ‘ndrangheta uccise il padre del suo compagno di banco e gli fu detto che questa cosa non doveva interessarlo. “Le mafie si alimentano di miti e di falsi valori, e sono sempre riuscite a creare questa costruzione ideologica dell’uomo d’onore con cui si sono rappresentate. Hanno reclutato i giovani con un’immagine da eredi di cavalieri spagnoli o di Beati Paoli, cioè di persone che si battevano per proteggere i deboli contro i forti, i poveri contro i ricchi. Ma la storia ci consegna un’altra immagine delle mafie che è molto meno romantica. Sono sempre state funzionali alle logiche di potere, sono sempre state reazionarie e mai rivoluzionarie. E hanno sempre cercato di stringere accordi con gruppi e singoli dai quali hanno avuto la possibilità di ottenere vantaggi grazie a un rapporto di reciproca utilità. Si sono espanse, ramificate anche lontano dai territori di origine, proprio perché, come ribadisco sempre, più che un modo di essere sono un modo di fare. Spiegare il contesto e la mentalità mafiosa, demitizzare e demistificare questo concetto dell’uomo d’onore, significa anche combatterle. Penso che dovremmo fare ancora molto, perché, fino ad ora, soprattutto nelle rappresentazioni televisiva e cinematografica, i mafiosi sono stati sempre dipinti come protagonisti di tragedie scespiriane. Bisognerebbe utilizzare la parodia, andrebbero derisi e sbeffeggiati, e nel momento in cui riusciremo a farlo cominceremo a combatterli seriamente, dando inizio alla loro fine. Come ripeto spesso, non bastano le manette e le sentenze, ma è importante la lotta anche sul piano culturale”.

Subito dopo, è intervenuto Don Giacomo Panizza, sacerdote, scrittore e fondatore della Comunità Progetto Sud. Ha raccontato la propria esperienza a Lamezia Terme, di come per venticinque anni gli avessero detto tutti che le mafie non fossero presenti in quella città. Di come, nel frattempo, avesse assistito a comportamenti mafiosi, incontrato ‘ndranghetisti che lo hanno minacciato ripetutamente con violentissimi atti intimidatori. Don Giacomo è anche autore del libro “Cattivi maestri. La sfida educativa alla pedagogia mafiosa” (Ed. Dehoniane), nel quale descrive come quella mafiosa sia una vera e propria educazione assoluta, che non ammette possibilità di scelta e non insegna l’alternativa, ma che sia invece rigida, forte e assolutamente votata a plasmare le persone secondo le logiche mafiose e di interesse mafioso.

Poi Nicaso ha chiamato in causa Mariarosaria Russo, dirigente scolastico dell’Istituto Superiore Piria di Rosarno, in provincia di Reggio Calabria. “L’istituto che rappresento è una scuola all’avanguardia perché, in un decennio, è riuscita a rivoluzionare non solo il tessuto sociale di Rosarno ma soprattutto le coscienze degli studenti, grazie a una task force pedagogica di magistrati, forze dell’ordine e operatori della scuola che sono riusciti a costruire un cambiamento possibile in un territorio a rischio, dominato dalla ‘ndrangheta e dallo strapotere mafioso”.

Per tornare invece sul territorio emiliano, anche se nella tematica nazionale e internazionale, a portare un contributo deciso è stato Antonello De Oto, docente del diritto delle religioni all’Università di Bologna. “Buona pedagogia e legalità rappresentano il contrasto alle mafie, ma dal punto di vista strutturale sono anche il contrasto alla piccola illegalità quotidiana. Oggi viviamo momenti duri perché internet e la rete vengono usati dalla grande criminalità e da molte persone comuni che criminali non lo sono per credenziali ma attuano comportamenti illegali, di piccola violenza quotidiana e cyberbullismo. Ecco allora che le buone pratiche civiche di cittadinanza partono dai grandi campi ma anche dall’educazione quotidiana che sforna buoni cittadini per impiegarli nelle lotte sociali”.

A chiudere la mattinata Reggiana c’ha pensato la co-direttrice scientifica del festival, Rosa Frammartino, chiamando sul palco Valerio Maramotti, presidente della cooperativa sociale L’Ovile e del Consorzio Oscar Romero, che ha premiato con la Biblioteca “Legalità & Cittadinanza consapevole” le scuole presenti.

Contemporaneamente, al Teatro Herberia di Rubiera, Alessandro Gallo ha introdotto e presentato l’esito finale del laboratorio di teatro diretto da Caracò per la scuola media E. Fermi di Rubiera. La seconda parte della giornata si è svolta con la messa in scena dello spettacolo “Io pretendo la mia felicità”, nato dall’omonimo libro di Navarra Editore e scritto dagli studenti del liceo Margherita di Palermo guidati da Rosaria Cascio.

Il pomeriggio si è aperto con il seminario “Giovani che costruiscono il futuro. La scuola come laboratorio di riscatto” nell’istituto Chierici di Reggio Emilia insieme a Mariarosaria Russo.

A introdurre invece l’incontro del pomeriggio aperto al pubblico alla sala convegni di Confcooperative a Reggio Emilia è stato il presidente provinciale Matteo Caramaschi. L’evento “Valori di comunità e libera impresa” ha visto numerosi e ricchi interventi sul rapporto tra mafie e imprenditoria, soffermandosi soprattutto sulla resistenza alle mafie.

Giuseppe Guerini, presidente nazionale di Federsolidarietà Confcooperative, ha aggiunto che “le cooperative sociali, insieme ad altre organizzazioni del terzo settore, sono tra le realtà che possono essere destinatarie della gestione dei beni sequestrati alle criminalità organizzate. Una buona gestione è lo strumento migliore per restituire alle comunità locali i beni stessi e costruire un capitale sociale positivo che si sostituisca alle reti relazionali. Da questo punto di vista, la cooperazione sociale, per quanto sia ancora una realtà piccola nella gestione di questi beni, ha un grande potenziale e crediamo che possa contribuire efficacemente alla diffusione della cultura della legalità, della libertà e del protagonismo dei cittadini”.

A questo ha fatto seguito un lungo intervento del professore Antonio Nicaso sul radicamento delle mafie nella regione Emilia Romagna e in generale in Italia, passando per un breve ma significativo cenno storico e un approfondimento sul sistema di gestione e riciclaggio del danaro da parte della criminalità organizzata. Lo stesso Nicaso ha poi introdotto Stefania Pellegrini, direttore del master sulla gestione e riutilizzo dei beni confiscati all’Università Alma Mater di Bologna. “Parlando di libera impresa e investimenti nell’impresa legalità non si può non parlare dell’emersione dall’illegalità delle imprese confiscate alla criminalità organizzata. È un grande percorso che è necessario condividere per creare una rete e riuscire a riformulare un nuovo tessuto economico, bonificandolo e intervenendo proprio sulle aziende. Fare emergere la legalità all’interno di un’azienda vuol dire bonificare un intero mercato e creare le condizioni necessarie perché anche le nuove generazioni possano investire nella libera e nuova impresa, cosa che al momento non è possibile in un contesto economico avvelenato dalla criminalità organizzata”.

A chiudere è stato Stefano Cerrato, dirigente del Terzo Settore di Banco BPM. “Di questi tempi le banche sono oggetto di grande attenzione di tutti i regolatori. Pochi sanno quante risorse vengono sfruttate dalle banche sul tema dell’anticorruzione e dell’antiriciclaggio. La somma di tutte queste attività è il costo della legalità che anche per le banche è importante, perché fatto di persone, procedure e modelli organizzativi adottati al di là di quelle che sono le persone a contatto con la clientela o impiegate nelle attività tradizionali”.

L’evento in programma per la serata è stato condotto da Alessandro Gallo nella sala consiliare del Comune di Rubiera con il professore Antonio Nicaso e Ingazio Cutrò, imprenditore e testimone di giustizia, nonché presidente dell’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia.

Nicaso ha sottolineato l’importanza di considerarsi Stato, di come i cittadini siano essi stessi Stato. Ma anche di come la classe politica abbia più di una volta mostrato forza contro le figure di partigiani e terroristi perché la toccava direttamente e non abbia mai sviluppato la stessa concretezza nella lotta alle mafie, lasciandola nelle mani delle forze dell’ordine e della magistratura.

È stata una serata particolarmente emozionante per i racconti personali, civici e civili affrontati da Nicaso e Cutrò, evidenziando che non bisogna considerarsi eroi, ma persone che hanno coraggio e di sicuro anche paura, senza però frenare il proprio dovere di cittadini.

Credo che testimoni di giustizia si diventi nella normalità”, ha detto Cutrò. “Lo siamo tutti noi cittadini onesti. Nel momento in cui siamo messi davanti a un bivio, credo che, nella normalità e per dignità, si faccia una scelta di campo. Nel mio caso è stata quella di salvare la mia impresa. Ma ci sono anche persone che sono diventate testimoni di giustizia per degli omicidi, come Pietro Nava per quello del giudice Levatino o Giuseppe Carini per quello di Padre Pino Puglisi. E poi testimone di giustizia è uno status che dà il Ministero dell’Interno. Oggi siamo 180 in trent’anni di storia, di cui 88 ancora in programma di protezione. Ma non è quel pezzo di carta a renderci tali, bisogna esserlo nella vita: mai un passo indietro e sempre a schiena dritta”.

Presente all’incontro anche il sindaco di Rubiera, Emanuele Cavallaro, da sempre attento alla comprensione delle dinamiche mafiose e al loro contrasto. “Credo che vedere la sala del consiglio comunale piena per ascoltare Ignazio Cutrò e Antonio Nicaso sia una grande soddisfazione. Dopo sette anni di partecipazione al festival Noi Contro le Mafie, vedere che non è stato affrontato un tema di cronaca, ma che si sta creando una consapevolezza nella cultura delle legalità nel paese, devo dire che è bello e importante. Non penso che la pulizia del nostro futuro spetti solo ai processi, ma che sia nelle mani di ogni cittadino di buona volontà la possibilità di fare la propria parte per leggere la realtà di chi oggi sa capire che la mafia è un problema vicino, che ci tocca e ci ferisce, colpendo prima di tutto quelle che sono le strutture più deboli della nostra società”.