Noi Contro Le Mafie 2018 – Diario del 17 Aprile

E’ un’agenda ricca di eventi quella che ha caratterizzato la seconda giornata di Noi Comuni e Cittadini Reggiani Contro le Mafie.

Ad aprire il sipario è stato il comune di Sant’Ilario d’Enza, con il sindaco Marcello Moretti, che ha ospitato Andrea Franzoso, autore del libro “Il disobbediente”. Davanti ad una platea di studenti molto attenti, lo scrittore ha parlato della propria esperienza di denuncia legata alla sua esperienza lavorativa con le Ferrovie del Nord. Una storia fatta di pesanti conseguenze che arriva fino alla perdita del lavoro ma che acquista una valenza importante, rispetto alle nuove misure che il Parlamento adotta a partire dalla fine del 2017, con l’entrata in vigore della legge sul Whistleblowing, uno strumento a favore di chi denuncia atti di corruzione e malaffare.

A metà mattinata il cinema Cristallo di Reggio Emilia ha ospitato invece l’incontro dal titolo ‘Personalità dei Boss & Pensiero Mafioso’. Un viaggio nella psicologia mafiosa sostenuto dagli interventi di Corrado Rosa, psichiatra e scrittore, Marco Soddu, criminologo del Ministero della Giustizia, Tony Giorgi, psicologo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e Gaetano Saffioti, testimone di giustizia e imprenditore. Ad accogliere gli studenti delle scuole superiori sono stati Ilenia Malavasi, vicepresidente della provincia di Reggio Emilia e Antonio Nicaso, direttore scientifico del festival.

L’evento ha indagato le modalità dei mafiosi di costruire la propria identità approfondendo le caratteristiche della personalità dei criminali e l’utilizzo speculativo delle perizie psichiatriche al fine di ottenere tornaconti e sconti di pena.

“L’identità della ‘ndrangheta o della mafia è tipicamente fondamentalista -dice De Rosa-. I mafiosi non si separano mai da una struttura rigida che condiziona e definisce la loro personalità fin dalla nascita. Spesso utilizzano ‘la follia’ per ottenere delle visite psichiatriche basate su diagnosi false, per arrivare ad ottenere degli sconti di pena. Un percorso verso l’impunità, un’identità tendente alla desertificazione psicologica e territoriale. ‘La follia’ serve alle mafie per delegittimare la società civile. Se si considera il fatto che un boss può arrivare a pagare fino a 20.000 euro per una perizia psichiatrica, mentre lo stato ne paga 400, si può capire la facilità con cui si possono ottenere proscioglimento, riduzione della pena, sospensione del processo o scarcerazione. Dovrebbe essere compito dello Stato creare dei sistemi di controllo più efficaci”.

Il tema fondamentale dell’identità e della spersonalizzazione nelle persone mafiose è stato affrontato anche da Soddu, che ne ha sottolinea la pressione del contesto famigliare fin dalla nascita.

“Nel caso di un boss, il contesto famigliare influisce negativamente ma in modo incisivo. Nella famiglia mafiosa, ad esempio, la donna ha un ruolo fondamentale e si fa portatrice di un potere forte, sommerso. Il ruolo emerge quando il marito viene a mancare e la moglie si trova costretta a ricoprire una funzione di sostituzione e protezione.”

Come la famiglia, anche il linguaggio di comunicazione adottato dai boss ricopre un ruolo di primo piano, indispensabile per ‘informare’ la società sul proprio contesto di appartenenza.

“I mafiosi adottano un linguaggio non verbale,-continua Soddu- fatto di gesti, sguardi, modi di vestire e di fare; un insieme di segni e caratteristiche identitarie, come la tendenza alla delega negli omicidi, che spinge loro verso una spersonalizzazione, a favore di un comportamento acritico.”

Dalle parole di Soddu è emersa la difficoltà a stabilire un colloquio criminologico col soggetto, indispensabile a provarne la pericolosità sociale. Una tendenza che viene maggiormente aggravata se si pensa che abitudinariamente, i boss in carcere, adottano un ‘profilo basso’ utile a non appesantire la propria condizione.
Il viaggio nella psicologia mafiosa è proseguito con il collegamento via Skype di Tony Giorgi, psicologo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, che ha ricalcato il tema dell’identità nelle famiglie mafiose e ‘ndranghetiste.

“I soggetti appartenenti alle famiglie mafiose conoscono solo la realtà in cui vivono. Sotto il profilo psicologico il dialogo avviene solo con il ‘noi’ e non con l’ ‘io’, facendo corrispondere le emozioni al solo legame mafioso. Nel momento in cui avviene la perdita del ‘noi’ si pone il problema di come aiutare il collaboratore e ristabilire un dialogo più ampio con se stesso. I mafiosi sono persone senza soggettività; essi hanno solo una forte corrispondenza con i loro simili all’interno del gruppo. Stiamo parlando di un fondamentalismo psichico, dove i soggetti percepiscono se stessi come onnipotenti e grandiosi. E la tendenza è la riproduzione di tale modello anche in contesti territorialmente lontani”.

Ha concluso l’iniziativa il testimone di giustizia Saffioti, il quale ha spiegato la sua esperienza personale, quella di un uomo che non si è piegato alle intimidazioni di criminali senza scrupoli che da estorsori si ritenevano vittime di uno Stato oppressivo interpretando una visione distorta della realtà. Un’oppressione sociale che trova forti analogie con le pressioni psicologiche operate nel contesto famigliare.

A Montecchio Emilia, nel frattempo, Alessandro Gallo, attore regista e scrittore, ha incontrato gli studenti della scuola media Jacopo Zannoni, raccontando la sua storia di riscatto, proveniente da una famiglia che ha avuto legami con la camorra, è riuscito a trasformare la sua esperienza personale in qualcosa di positivo, scegliendo la strada della legalità attraverso la scoperta del teatro e della scrittura.

Sempre in mattinata, nella Sala del Consiglio Comunale di Cadelbosco di Sopra, è stato presentato il libro ‘La mafia siamo noi’ del giornalista Sandro De Riccardis. A presiedere la platea di studenti c’era lo stesso autore che, dopo i saluti del sindaco Tania Tellini, ha parlato degli aspetti salienti del libro, contenitore di valori di resistenza e libertà. Un percorso in cui si parla di mafia come presenza pervasiva: una rete che tiene insieme molte figure che fanno funzionare l’economia, la politica e la società. Il riferimento è a noi che ci chiediamo cosa accade dietro le quinte, cosa provocano i nostri costumi, le nostre serate in discoteca e nei ristoranti alla moda. Un passo per conoscere la realtà che ci circonda e farsi carico dei problemi del territorio. De Riccardis disegna una mappa del fenomeno mafioso e del movimento antimafia tra il nord e il sud, raccontando le storie di chi custodisce lo spazio in cui vive e decide di agire. Emerge dunque come l’impegno condiviso di cittadini, che credono in un progetto di riscatto, sia più forte della paura e dell’intimidazione.

Il Cinema Cristallo di Reggio Emilia, nel pomeriggio ha ospitato la proiezione del film Gramigna. Una storia di vita che prende origine dalla morte. Un ragazzo che prova a far fronte a una vita fuori norma, ai compagni uccisi dalla malavita, alla violenza dello zio e alle irruzioni della polizia. Uno scenario in cui il protagonista, Luigi, cerca di trovare una strada per uscire fuori dai guai, dopo che dei guai ne ha fatto una ragione di vita.
Alla proiezione ha partecipato Gianluca Di Gennaro, attore, Ignazio Riccio, giornalista e Luigi Di Cicco, protagonista nella realtà della storia del film.

Il pomeriggio è proseguito con l’intervento di Sandro De Riccardis, autore del libro ‘La mafia siamo noi’ presso la Sala Comitato Provinciale A.N.P.I. di Reggio Emilia, introdotto dai saluti di Ermete Fiaccadori, Presidente Provinciale ANPI.

La giornata si è conclusa con la testimonianza di Gaetano Saffioti, prima presso la Sala Espositiva Incontro di Casalgrande, con il sindaco Alberto Vaccari, e in serata nella Sala Conferenze Recordati di Correggio, introdotto dal sindaco Ilenia Malavasi.

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